Saltano su due mine antiuomo in pieno deserto
L'industriale Zandonai e l'agente di commercio Bellandi «miracolati» in Libia
DRAMMATICA SPEDIZIONE
ROVERETO. Hanno rischiato di morire nel Sahara, dilaniati da due mine antiuomo esplosa sotto la loro jeep durante un tour nel Tibesti, in Libia, ma il loro sangue freddo ed anche una buona dose di fortuna li hanno portati vivi, anche se feriti, di nuovo a casa loro. I protagonisti di questa drammatica avventura sono Roberto Zandonai, 47 anni, titolare della Gallox, l'azienda di famiglia, e Riccardo Bellandi, 53 anni, agente di commercio, entrambi appassionati viaggiatori, con quasi vent'anni di esperienza in vari paesi africani. Ieri mattina sono stati dimessi dalla clinica Pederzoli di Peschiera del Garda, dove hanno dovuto sottoporsi ad un intervento di chirurgia plastica per la ricostruzione dell'epidermide.
L'avventura inizia lo scorso nove dicembre, con una tranquilla tratta via mare, su un lussuoso e modernissimo traghetto tunisino, che porta i due ed un fuoristrada Toyota, equipaggiato di tutto punto, fino a Tunisi. Il progetto è di tornare i primi di gennaio dopo un'escursione nelle zone più caratteristiche del Tibesti, la suggestiva catena montuosa che si snoda tra Ciad, Libia e Niger. Da Tunisi Zandonai e Bellandi, entrambi piuttosto pratici della zona (due anni fa avevano girato insieme altre zone della Libia) si spostano lungo la veloce strada asfaltata della costiera mediterranea, entrando ben presto in territorio libico. Ad Ajdabiya si dirigono verso sud ed arrivano fino all'oasi di El Kufra, una grossa cittadina del sud libico, dopo di che decidono prima di fare un'escursione in Ciad, e poi, viste le difficoltà burocratiche per entrare in Niger, di ritornare fino a El Kufra. Da qui decidono di passare lungo le pendici settentrionali del Tibesti, in pieno Sahara, una zona ritenuta sicura da tutte le guide edite finora. Ma è proprio qui, in una zona lontana dalle rotte turistiche più battute, che ha luogo il dramma. Del tutto imprevisto. E' circa mezzogiorno del 26 dicembre, al volante del fuoristrada c'è Bellandi, la velocità è piuttosto elevata, circa 80 chiliometri l'ora. Improvvisamente, un'esplosione fa fare un brusco salto al pesante automezzo. I vetri dell'auto vanno in frantumi, ma la velocità salva la jeep, che è già lontana dalla mina quando questa esplode. Bellandi rallenta, ma quando è quasi fermo esplode una seconda mina, che investe il lato destro dell'automezzo, traforandolo come una forma di gruviera. Le schegge arrivano fin dentro l'abitacolo, attraversando in un sol colpo carrozzeria, taniche di carburanti ed acqua, viveri e sedili. Entrambi i roveretani vengono investiti dai frammenti dell'ordigno, mentre l'automezzo si allaga di gasolio, che fuoresce copioso dalle taniche. Il ferito più grave è è Zandonai: una scheggia gli ha reciso il tendine d'Achille della caviglia sinistra, il braccio destro è scarnificato ed una mano è stata letteralmente trapassata da un frammento di metallo. Altre schegge le ha conficcate nella schiena e in testa, dietro l'orecchio. Bellandi ha il braccio sinistro scarnificato. Tutte e quattro le ruote sono a brandelli. Passano circa tre ore, pensando cosa fare prima di uscire dall'abitacolo: lì fuori possono esserci altre mine, in qualunque punto. Con sè hanno solo un lettore di rotta satellitare, che però non serve a chiamare aiuto. I due, dopo essersi fasciati alla benemeglio, decidono così di bonificare la zona circostante con i pochi mezzi a disposizione, usando dei coltelli per "sentire" eventuali mine, un sistema visto solo al cinema, che sperimentano con successo. Impiegano mezza giornata per circoscrivere di un metro la jeep, lo spazio minimo necessario per riparare i danni e tentare di ripartire. Se non ci riusciranno entro tre giorni Bellandi, l'unico ad avere le gambe buone, dovrà cercare di coprire i circa 400 chilometri che lo separano da un accampamento militare a piedi. Si fa la conta dei danni. Se ne sono andate, tra l'altro, numerose taniche di gasolio ed una tanica d'acqua da 60 litri, ne resta solo una da 35 litri, che verrà razionata. La robusta scocca del mezzo non ha subito danneggiamenti, il motore funziona ancora ed anche i fari, ma le gomme sono in brandelli. Solo due di queste sono riparabili, anche se a fatica. Il problema è togliere le pesanti gomme in una condizione di estrema difficoltà: ognuno di loro ha solo un braccio sano e Zandonai non riesce a camminare. Servono quasi tre giorni per riparare le camere d'arie con i resti di quelle dilaniate e mettere insieme due copertoni di fortuna cucendo gli squarci col filo di ferro. L'acqua scarseggia, ma alla fine - siamo alla mattina del 29 - l'auto è pronta. Alle otto di sera arrivano all'accampamento, dove vengono accolti dai soldati libici, che li fanno venire a prendere da un jet militare e portare, assieme a quello che resta della jeep, a Tripoli. Da qui le telefonate a casa ed il ritorno in Italia con un volo di linea, il primo gennaio.