Terzo raid, questa volta in solitario, per 32 giorni nella parte nord dell’Argentina, attraversamento dei parte del deserto di Atacama in Cile sino a San Pedro e escursione in Bolivia.
Km percorsi 7369 con LR Defender 110 CSW equipaggiato con Overland, secondo serbatoio del D90, Gps Garmin 276C e telefono satellitare Iridium.
Nessun problema meccanico, qualche congelamento del gasolio, temperature molto rigide e escoriazioni diffuse sulle gambe per il freddo, polvere e l’aridità dell aria.
La Land Rover mi ha dato tutto quello che poteva, ed io l’ho portata a 5000 mt sul tetto del mondo.

Northe Argentino I parte
Il mese di agosto è un mese arido ed asciutto, defilato dal maggior turismo di Luglio e l’aria è incredibilmente trasparente ed il cielo terzo, il clima varia dai 15/18 gradi diurni di Buenos Aires sino ad arrivare sottozero a mezzogiorno in base all’altitudine, di notte si va dai 5/8 gradi di Buenos Aires sino alle escursioni massime dei climi desertici sopra i 4000 metri che arrivano a 25 gradi sottozero.
In tanti luoghi visitati il limite era il calar del sole e la notte improponibile per le troppo rigide temperature che potevano mettere seriamente a repentaglio gli organi meccanici del mezzo, il congelamento degl'olii e dell’acqua contenuta nel corpo umano.
Come sempre, la base di partenza è stata la Capital Federal ed una volta atterrato non ho esitato un solo momento nell’anadre a prendere la mia Land Rover.
Mi aspettava lì, dove tre mesi fa l’avevo lasciata, imponente, pulita e con quell’odore che difficilmente in questi tre mesi, mi ero dimenticato.
Dopo aver effettuato tutte le procedure burocratiche ormai familiari, riempivo i due serbatoi e aprivo il cofano per vedere se sotto tutto era a posto. Parcheggiata vicino all’Hotel nel parcheggio dal quale amo partire quasi fosse una scaramanzia, mi sdraiavo sotto nel rituale controllo sotto le vesti….perfetta, tutto a suo posto.
Il giorno seguente la sveglia fu all’alba e cosi per un mese intero perche dovevo sfruttare la luce del sole e le temperature più galanti che essa avrebbe potuto offrirmi, lasciando l’eventuale percorso dopo il calar del sole, alla sola emergenza o quantomeno riducendo al massimo la guida serale e notturna. Il sole tramontava verso intorno alle 18,45 in quel di buenos aires ma ero fiducioso che andando verso nord le giornate si sarebbero allungate.
La prima esigenza, una volta iniziato il viaggio fu quella di andare subito verso ovest, verso le Ande lasciandomi dietro la piatta e noiosa Pampa, ma in Argentina paese dilatato e dalle grosse distanze questo voleva dire 1000 km abbondantemente.
In questo raid il mio obiettivo era quello di percorrere verso Nord le Ande facendo tutte le strade secondarie, piste e fuoristrada alla ricerca del pueblo andino, delle loro micro strutture desolate ed abbandonate negl’atipiani, vedere e vivere un mese nelle loro terre.
L’asfalto era da percorrere il meno possibile, compatibilmente con le condizioni che via via trovavo, e con quell’esigenza di spensieratezza e silenzio che le Ande evocano.
Il primo incontro che volevo fare era l’imponente Aconcagua ed il vicino vulcano Topungato, tra le più alte vette del Sudamerica e per l’Aconcagua secondo solo all’Everest.
La cosa più importante che iniziai a studiare bene sono state le carte metereologiche dal punto di vista di isobare e gradiente termico, nonche qualcosa di militare per le ipsoipse, per individuare anche dove e quando era possibile eventualmente, salire d’altitudine in sicurezza.
La cordigliera delle Ande ha una precordigliera più bassa che dal lato Argentino è più ad est delle Ande, ed l’altezza della precordigliera, la sua conformazione, le correnti d’aria e la distanza dall’Oceano Cileno determinano un clima del tutto particolare sotto la rigida regola del modificarsi della latitudine Sud; più si abbassa e più si va a Sud, più si eleva la sua altitudine ma si formano altipiani e più si va a Nord e più però i climi sono secchi.
Dovevo iniziare a scalare la precordigliera, passare quella barriera che crea microclimi e valli secche e miti, ma che lo sguardo esclude alla maestosità delle Ande.

Alla sommità, fazzoletti di neve ghiacciata modellati dal vento si aprivano, e le creste lasciavano spazio ad ampie pelate prive di vegetazione; banchi di neve in ordine sparso fronteggiavano spesso la strada ma il vento comunque puliva sempre la stessa per ampissimi tratti.

Un cartello che contrastava un vento sferzante e gelido mi avvertiva che ero arrivato a 3100 mt e che da li si poteva vedere l’imponenza del monte Aconcagua.

La vista della cordigliera innevata è indimenticabile, ma data la sua conformazioneregolare e compatta esitai nell’individuazione dei quella montagna regina sudamericana, ma non per molto; spostandomi un po’ e considerando che stavo già a 3100 mt l’individuazione fu più netta e senza dubbi.

Inimmaginabile l’atmosfera, le secche labbra già cercavano un po’ di crema riparatrice, ma lo sguardo di quell’immensità non mi fece preoccupare di nulla per un bel po’; mi riempiva e nello stesso tempo mi rendeva minuscolo con il mio mezzo, ma una cosa capii subito, che in quella zona, una volta arrivato ai suoi piedi poco si poteva fare visto che le nevi incappucciavano gran parte della sua altezza, forse avrei solo ricordato quel momento e poco più.
La discesa dalla precordigliera verso le Ande mi fece spegnere la musica che stavo sentendo, lo sguardo fisso verso l’orizzonte con colori non definiti e distanze enormi ma abbreviate dalla purezza dell’aria ……..e sì, perché da li nascevano le Ande.

Sulla valle subito dopo, in un tratto di non elevata altitudine, tra flora con funzione vegetativa bloccata dalla stagione, scelsi un piccolo villaggio sperduto per la notte, consapevole che a quella latitudine e con quel clima umido, la scalata il giorno dopo sarebbe stata di solo asfalto sfruttando le uniche strade aperte che la zona offriva.
Infatti l’indomani, verificata la possibilità di transito, l’unica strada percorribile fu quella del passo che porta a Santiago in Cile, unico passo aperto quasi sempre con notevoli sforzi ma anche la starada che porta i gitanti sui campi da sci proprio sotto l’Aconcagua.

Strada infernale per la grossa mole di camion Cileni ed Argentini che hanno una sola possibilità di attraversamento delle Ande in carreggiata unica a due sensi.

I passi nelle grandi montagne sono sempre in prossimità del letto di fiumi, o in “quebrada” cioè spaccatura naturale che permette il passaggio di una strada con pendenze affrontabili anche da vecchissimi camion con rimorchio che sbuffano zaffate nere di gasolio polverizzato dalla combustione.
Arrivato a “Puente del Inca” al confine con il Cile tra skilift e truppe in addestramento militare in alta quota non feci altro che godere del panorama, dare spiegazioni alla gendarmeria di turno sulla mia identità e sui miei progetti di percorrenza di quelle zone.

L’andata in sofferenza fu solo lo stabilire dove al ritorno avrei preso qualche sterrato secondario per avvicinarmi di più a quella massa inerme di roccia granitica che in virtù della sua durezza provoca il fenomeno di subsidenza con la placca atlantica più morbida che si infila sotto nelle faglie oceaniche cilene, creando l’innalzamento di quel corrugato montagnoso longitudinale che dal Perù arriva alla terra del fuoco.

La gente locale vive sommersa nel silenzio e al cospetto di quella cornice naturale che se non viene vista per qualche ora, manca e si cerca, la vista poi per un cittadino come me non abituato alle montagne è completa ed inusuale, se poi si pensa che già si sta sopra i 2000 metri e che li ci sono picchi di oltre 6000 metri diventa incredibile.

Proseguendo verso nord, abbandonate le strade asfaltate percorrevo a zig zag tra la precordigliera e le ande in piena libertà, cullato da dalle due sponde l’una coperta di neve e l’altra solo cosparsa, in clima più mite ed assenza totale di vento sotto un sole ogni giorno più caldo nelle ore centrali della giornata.

Il drenaggio dell’acqua tra le due sponde si compatta orograficamente nei punti più bassi e più impermeabili, che nella stagione secca di agosto da vita a laghi asciutti che nei mesi successivi di settembre e ottobre, prima cioè dei mesi delle pioggie, diventa un periodo di venti e di cambiamento climatico.

Il lago ancora asciutto viene sfruttatao per il carrovelismo, quella sorta di lunghi skateboard con quattro ruote tipo bicicletta di bambino e randa.

Ma sensazione di libertà, di silenzio spezzato solo dallo tikkettio del fedele 300Tdi mi diede sensazioni paragonabili a quelle dei grandi deserti africani; si è soli…. ma contemporaneamente l’adrenalina e lo spazio sconfinato e percorribile dà un senso di pieno benessere.

La voglia di girare e correre a destra e sinistra libero, andare a scovare un puntino in lontananza per poi trovarsi a guidare per svariati km e km, mi donava quella spensieratezza che tanto cercavo e mi portava a raggiungere posti completamente isolati.
ma le alte montagne, quelle erano il solo punto di riferimento e cardinale che avevo, loro mi guidavano in una danza che vista dall'alto dai non addetti ai lavori, non poteva che dare sensazione di follia.....per me no, era gioia allo stato puro.

Proseguendo verso Nord, km dopo km, giorno dopo giorno, il clima arido predesertico si faceva sentire e la polvere di terra più leggera e fina della sabbia entrava in tutti i pori della pelle tappandoli, la pelle si seccava facilmente ma non potevo usare creme per lenire lo sfregamento che giornalmente i calzoni mi regalavano, era un turbinio di fine terra polverosa che sembrava soffermarsi casualmente solo sulla mia pelle; la sera era diventato provvidenziale abbandonare la tenda e trovare un letto al coperto e la doccia diventava essenziale per far scivolare lungo il corpo la sensazione di benessere che l’acqua calda ristoratrice dà.
Allora sì, potevo usare creme che venivano assorbite dal corpo come una spugna secca assorbe l'acqua.

Nei piccoli centri del pueblo andino, si coltivava la terra solo alcune stagioni e in presenza di falde acquifere si poteva prolungare la sua lavorazione anche nella stagione secca.

Le formazioni rocciose perfettamente differenti iniziavano ad essere sempre più interessanti, avevo ripreso a viaggiare verso Nord al margine delle ande alla ricerca dei climi aridi e degl’altipiani sui 4000 metri, la neve diminuiva con il diminuire della latitudine verso nord, il caldo aumentava nelle ore di massima luce diurne e la notte aveva iniziato a fare veramente freddo.

Il Defender macinava km su km in perfetta armonia con il paesaggio, con il clima e non chiedeva nulla, le mie ispezioni alle sue parti avevano aumentato progressivamente la cadenza che senza accorgermi era diventata quasi giornaliera.

La magia dei posti mi dava la forza e l’energia di continuare ad osare, ed il Defender sembrava per nulla scosso dalle mie decisioni, come a dire embhè che credi….io sono nativo.

Continuavo a prendere strade sempre più sconosciute, e da giorni non si incontrava che carretti trainati da somari e qualche pick up giapponese che carico di ogni genere di merce passava lavorando in quei posti a me non comuni.

Finchè un giorno vagando nella mia spensieratezza di nomade un frastuono micidiale non turbò seriamente la mia incolumità.
Non sapevo che fare ed istintivamente, nella concitazione del momento, mi fermai immediatamente.
Una frana di terra e sassi stava coprendo la strada di fronte a me e dietro la curva, e fu la fortuna più che l’istinto di conservazione che ricordo, una sorta di messaggio che comunque e dovunque la terra doveva essere rispettata e non usurpata; l’imponenza della casualità in quei luoghi non doveva incutermi terrore ma bensì prudenza e rispetto.

Per quel giorno rimasi scosso e decisi di proseguire su asfalto un po’, anche perché il paesaggio incantatore non modificava il suo volto, era solo più comodo.

Decisi di ripiegare verso est, avendone la possibilità alla ricerca di un lago in quota che in quel posto sperduto e silensioso, leggevo essere diventato una sorta di mecca del windsurf, tra coraggiosi amanti di questo sport che nei mesi ventosi pare arrivino da tutto il mondo.
Il lago in questione è il lago di Rodeo, una minuscola località polverosa con casette basse di mattoni crudi cotti al sole e terra, che stando a quanto diceva la guida diventava una fervida località di winsurfisti con addirittura baracche che affittavano l’attrezzatura per cimentarsi in questa disciplina.

Fatto stà che tutto ciò è vero, ma il periodo di agosto non è il periodo dei venti e qualla piccola realta di aggregazione umana sembrava contasse i giorni come carcerati in procinto di uscire di galera, e venni salutato all’ingresso del paesetto come l’inizio prematuro di una stagione che sarebbe, di lì a poco, arrivata.
A me rimane la consapevolezza di aver vissuto una giornata sulle rive del lago posto a quasi 2200 metri in completa ed asettica solitudine, ma in cuor mio ringrazio di averla passata così.

I colori della terra si modificavano costantemente, le rocce assumevano tinte non comuni e gli abitanti del luogo continuavano a dire che quello era niente, avrei dovuto proseguire per la vallata, seguendo uno dei piccoli affluenti del lago ancora più verso est, in direzione della ruta nacional 40.
Così feci ma sarà dalla prossima puntata.
Pino
