il 20/05/2003, 19:10
Mercoledì diciotto Maggio duemilatre, Ouaga
Ore 23:30, più o meno.
Oggi è stato i gran giorno.
L’operazione Bassy Zanga è entrata nella sua fase conclusiva.
LA COSTRUZIONE!
La mattinata è iniziata male, parecchio.
Alle 8:00 ero davanti all’ambasciata algerina, scusate ma volevo il visto dio transito per il mio ritorno a casa. Niente da fare, ufficio chiuso.
Poco male spendo mille CFA in più e lo faccio tramite la compagnia aerea, penso.
Alle 8:20 sono seduto di fronte all’impiegato di Air Algerie. È lo stesso che un mese fa davanti al mio passaporto italiano, al visto algerino alla mia residenza romana mi ha ripetuto che non ci sarebbe stato nessunissimo problema:
“ Venga una settimana prima del volo e organiziamo tutto noi”
Ora se ne esce, lo smemorato che l’ambasciata locale rilascia visti solo ai residenti ed ai burkinabé.
Quindi niente visto e, ovviamente, niente biglietto.
Si parte il 27, qualcuno mi sparerà per quezsto, e per Parigi.
Pöi si vedrà.
I nervi durano il tempo per arrivare alla più vicina sezione di Western Union.I fondi dsi Roma (2.000 €) sono arrivati.
Ancora grazie.
L’incasso è rapido ed indolore UNMILIONETRECENTOUNDICIMILANOVECENTOQUATTRO CFA.
Che aggiunti agli ottocentomila ottenuti vendendo la Nissan di Nicola danno il favoloso budget di DUEMILIONICENTOUNDICIMILANOVECENTOQUATTORDICI CFA, mica bruscolini da queste parti.
Un rapido salto a casa dive m’aspetta il grande Issuf, è grazie a lui che sono riuscito a trovare i materiali ai prezzi migliori.
La fortuna di non avere la pelle bianca.
Partiamo, immediatamente alla ricerca dei materiali.
Un rapido giro di presentazioni, la richiesta, una piccola contrattazione ed il carico è disponibile per il trasporto. L’unica nota stonata il prezzo del cemento in continua ascesa.
Un sacco vale 5100 CFA, sono 50 Kg pesati questa sera sulla mia spalla.
Ne servono 10 tonnellate e questo si mangia 1.020.000 CFA aggiungendotondini, chiodi, palanche fil di ferro di varie dimensioni arriviamo ad un totale di 1.316.625 CFA, fortunatamente avevo ancora con me i soldi per iul visto algerino, merde (perdonate il francese).
L’ultimo problema il trasporto, il loro camion non lasciala capitale per nessunissima ragione al mondo.
Non è questione di prezzo ma di costi di manutenzione.
Una rapida ricerca, forse troppo mza la voglia è tanta, e con 80.000 CFA carico dei materiali e consegna a domicilio è assicurata.
Troppo bello per essere vero.
Il tempo di recuperare soldi (il cemento mi si è mangiato i soldi che avevo previsto di destinare a questo) e l’autista dell’impresario che vuole rivedere la pista e siamo pronti a partire.
Lascio Issuf a sorvegliare le operazioni di carico e prendo appuntamento, al “casello” della strada per il Niger, con il mio camionista.
Alle 14:30 sono quasi sul posto dell’appuntamento e chiamo per sapere a che punto sono le operazioni di carico, visto mai che trovassimo il tempo di mangiare.
Tutto fatto ma non si possono muovere perchè, l’Imbelle, non m’ha chiesto un anticipo.
Rapido ed infaticabile Arsene, il mio autista, m’accompagna al magazino per regolare la faccenda.
Allungo allo Stolido la metà di quanto pattuito e gli rifilo una strigliata che ha lo stesso effetto del mio ventilatore alle due del pomeriggio, praticamente zero.
Si riparte.
Sembra.
Il tale deve fare gasolio e non so che controllo.
Lascio Issuf a sorvegliarlo e mi avvicinào al famiggerato casello. Approfittiamo della pausa per mangiarci il riso Souce Tomate, e rinfrescarci un poco.
Mi tocca aspettare quasi due ore prima dfi vederlo arrivare. Il mio controllore è furibondo mentre l’autista lo segue muto e con lo sguardo vuoto.
Non perdo nemmeno tempo ad arrabiarmi, partiamo e basta.
Alle 20:00 siamo alla scuola..
Anche se preavvisati di una posibile consegna non ci aspettavano, di certo, con il buio.
Questa è l’ora del riposo, dell’amore e della caccia, non del lavoro.
Poco improta, la voglia di scuola batte tutto.
In dieci minuti abbiamo a disposizione un nutrito gruppo di scaricatori. Tutti in alacre attività.
Il mio tentativo d’aiuto fisico è rintuzzato senza indugi.
In un attimo trutto è accatastato, contato, controllato e coperto.
Alle 214:00 siamo pronti per i saluti finali, una mezz’oretta, ed alla partenza.
Il mio camionista ha deciso, veramente, di rovinarmi la festa. Se ne esce che la strada è brutta, abbiamo fatto 5 Km in più e non so che altro, vuole altro 35.000 CFA; il folle.
Ho sbagliato, lo sò, ma il ragliare di questo becero mi stava rovinando il momento.
Il primo vero atto concreto della realizzazione d’un sogno. Quando ho visto che cominciava a “rompere” a quelli del villaggio gli ho spiegato che facendo così s’era giocato otto o nove viaggi. Questa l’ha accusata ed io mi sono preso la mia piccola soddisfazione di girargli le spalle e lasciarlo solo con le sue moltiplicazioni.
I saluti e di nuovo in strada.
Questa volta non mi fermo ad aspettare i fari che ci seguono, dritti a Ouaga. Tanto il carico è al sicuro e del camion e dei suoi occupanti (ho già recuperato Issuf, ovvio)non me ne frega niente! (scusate il romanesco).
Rapidi fino a che si può, perchè la brousse di notte è strana e mette, un poco, a disagio puntiamo verso Casa.
È mezzanotte passata oramai.
Una Flag ed un poco di carne grigliata per festaggiare e un ultimo pensiero a voi che mi state aiutando a realizzare un sogno che, francamente, vedevo difficile.
Lkunedì diciannove Maggio dell’anno duemilatre da qualche parte tra Bassy e Zanga.
Oggi è il quarto giorno del nostro cantiere burkinabé.
È incredibile la rapidità con cui stanno avanzando i lavori.
Sono arrivato a metà giornta mentre manovali e luratori stavano finendo la loro pausa.
Trenta minuti per il pranzo, se ti fermi di più come pensi di riprendere?
Penso che un’impresa europea ed operai del genere andrebbe lontano.
Quattro giorni per completare scavo e gettata delle fondazioni, milleseicento mattoni, le intelaiature per armare il cemento dei piloni. Il tutto realizzato da due muratori, un fabbricante di mattoni, un fabbro ed i nostri infaticabili manovali.
Oramai la delusione per la mancata accoglienza del primo giorno s’è dissolta sotto lo splendore dei fatti.
Certo che alle 9:00 di venerdì sono arrivato sul cantiere mi aspettavo di trovarci tutti gli abitanti dei villaggi.
Mi sembrava un avvenimento da festeggiare.
Invece nulla, solo il Delegué ed un anziano Mossi.
Sono ovviamente al loro posto i controllori e cinque dei sei manovali selezionati per l’apertura del cantiere.
Per mettere le cose in chiaro ho immediatamente cancellato il nome dell’assente ingiustificato dalla lista per le selezioni, l’ho fatto sostituire ed ho tirato le orechie dei responsabili.
Quando dopo la pausa i manovali m’hanno chiesto un aumento, perla particolare durezza del lavoro di scavo, mi sono francamente alterato.
Parlando al Delegué e a J??????? Gli ho spiegato, di nuovo, il nostro modo di lavorare.
Ho agiunto che anche farsi seimila chilometri e passarsi Aprile e Maggio in Africa non è leggero e che a me nessuno aggiunge nulla al nulla che prendo.
I due mi sono sembrati decisamente toccati, penso abbiano capito il nostro modo di lavorare. E dopo una “strigliatina” ail malcapitato portavoce mi hanno organizzato una riunione per domani. Tanto per mettere gli ultimi punti sulle ultime vocali come si dice.
Bene.
Tutto questo m’aveva un po’scosso ecco perchè scrivo solo oggi.
Già domenica, non riesco a stare lontano da questa creatura che sento un po’ mia, vedendo gli scavi finite ed un migliaio di mattoni già pronti m’ero sentito meglio, decisamente. È bello vederla crescere.
Tra ieri ed oggi ho rivisto la “voglia di scuola” dello scrico, quella che ha fatto trovare l’accordo per il sito.
Quel desiderio a cui mi sono aggrappato per sei mesi di preparando il progetto.
Ho rivisto, insomma, l’entusiasmo su cui contavo per tirare su questo sogno regalatomi da Giacomo due anni fa e che, ora, condivido con tutti voi.
Ma oggi
davanti a questi intrecci di tondini che, in un ipotetico abbraccio, racchiudono il perimetro di tre aule ed un magazzino
Guardando i tracciati delle fondamente che si riempiono di cemento a formare le basi su cui far crescere i muri.
Contando i mattoni allineati ad asciugarsi sotto al sole.
Davanti a tutto questo, lo confesso, è difficile trattenere le lacrime.
La gioia che provo ora, amici miei,è a voi che lma devo e spero d’avervene resa una minima parte con questa cronaca.
Sono sicuro che perdonerete questa piccola aggiunta dal tono decisamente meno allegro.
Ma i mali ci sono e non possiamo nasconderli.
Tutti noi sapiamo che qui come altrove il lavoro è infinito. Ma quando questa verità ti viene sbattuta, vilenta, in faccia. Fa male e parecchio.
Questa mattino, dopo essermi procurato il ritorno a casa, abbiamo accompagnato Mamon (Manù è il mio “Petit Frere” per cui...) al dispensario di quartiere per un piede che s’era gonfiato in modo preoccupante.
Il Dispensario.
La realtà sbattuta in faccia con violenza.
Una trincea dove un magro numero d’infermieri, non tutti con il diploma in tasca, coadiuvati da un medico che si divide tradue o tre di questi posti; combattono, senza mezzi, una battaglia persa in partenza.
Nell’attesa studio il posto.
L’asepsi è pura utopia.
Cerco di non far caso alle grida provenienti dalla medicheria dove, credo, stiano curando non so quali piaghe ad una donna.
I medicinali da queste parti si pagano e u anestetico lo vedo fuori dalla portata dei tre quarti della popolazione.
Faccio vagare lo sguardo, cerco di cogliere ogni sfumatura di rosso che la polvere locale ha lasciato su queste mura che, non penso non abbiano mai visto un pennello dal giorno d’apertura.
Guardo le persone in attesa. La bambina che brucia di febbre, le donne in paziente attesa. Nessuno che protesti, solo rassegnazione alla necessita dell’attesa in questo minimo barlume di opubblica assistenza sanitaria.
Rinfrescandomi sotto “l’elicopteur” appeso al soffitto soffermo lo sguardo su due pazienti distesi su altrettante barelle. In mezzo l’apposito sostegno dove fanno bella mostra due flebo giallognole. Il mio sospetto viene confermato da Manu, altra malaria.
Continuo a guardo attorno curioso e mi soffermo, un istante ancora, a guardare il trentenne sotto flebo. In fin dei conti è la malaria che m’ha portato qui.
Un infermiere s’arrangia con il chiodo della bacheca dei turni per appendere il sacchetto con il coktail di antiparassitari.
Finito s’allontana tranquillo.
Mentre mi domando se non sarebbe stato più semplice girare la barella e condividere il sostegno l’upmo disteso espira due volte.
Un siuono mai sentito prima ma dal significato inconfondibile.
È la vita che lascia il corpo.
È l’ultimo definitivo sospiro di chi, sfinito, abbandona la lotta.
È il rumore che fanno i suoi piedi scendendo dall’ipotetico invisibile nastro trasportatore che spinge e tira, la massa burkinabé, in una sorta d’infinita caotica danza che éè la sua sopravvivenza quotidiana.
Resto stupefato, ancora una volta, dalla profondità del dolore che questa gente prova quando un loro fratello muore. Non importa sia un parente, un amico o semplicemente un estraneo.
È uno di loro e come tale viene considerato.
Uno dei tanti che s’è stancato di lottare.
Scusate lo sfogo, mi ci voleva.
A presto;
Wend na siki laafi a voi e a Lui...
Wend Jam
primum vivere deinde philosophari