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libya: WanAnAmous '95

Diari ed Appunti di Viaggio

Messaggioil 10/06/2003, 20:54

*****Dicembre anno 1995***** Era da più di due ore che componevo il numero di Silvano al telefonino, la risposta era sempre la stessa "…il cliente da lei chiamato non è al momento raggiungibile, la preghiamo di richiamare più tardi…". Poi finalmente alle 12.00 mi risponde! Silvano è il nostro esperto della fotografia nonché computer di bordo poiché si ricorda a memoria ogni sasso che incontra sulla pista. "Silvano, ho un grosso problema, la Land non parte (come al solito!)…eppure ho rifatto tutto l’impianto elettrico e sembrava tutto a posto… mi devi dare una spinta col tuo Patrol, ma sbrigati che abbiamo la nave alle 20.00 da Napoli e da Roma sono 3 ore di... Land-Rover !" Nessuno poteva immaginare cosa ci aspettava, Silvano ci aveva convinto ad assecondarlo in questa folle impresa; lui aveva organizzato tutto da tempo per il suo club " NO FRONTIERE " ma per impegni di lavoro aveva in principio abbandonato il progetto, poi improvvisamente, all’ultimo momento, si erano risolti alcuni problemi. Così in quattro e quattr’otto decido anch’io di far parte del gruppo; tutto sommato era uno scherzo per me, o almeno era quello che pensavo. Questo viaggio avrebbe dato a tutti modo di misurare le proprie esperienze. Ormai era deciso … si partiva! Ma con sole tre settimane a disposizione decidemmo di dividerci il noioso lavoro dei preparativi. Riuscimmo ad avere i visti in breve tempo, grazie anche ad una agenzia turistica libica che avevamo conosciuto direttamente l’anno precedente. Ci imbarcammo un attimo prima che il traghetto mollasse gli ormeggi e, allineati i fuoristrada nel ponte della nave ci catapultammo al ristorante a fare il pieno di carboidrati. Mentre attendevamo in fila al self-service del ristorante nel traghetto Tirrenia non stavamo zitti un attimo, quel viaggio era il massimo dell’eccitazione, eravamo in tre con tre fuoristrada, avremmo dovuto viaggiare sull’asfalto giorno e notte fino alla prima vera pista sahariana, solo lì avremo rallentato la media di marcia per non sollecitare la meccanica e sperare di avere il maggior tempo per individuare i temutissimi “Oued”, questi sono il rischio più comune del viaggiatore africano; assolutamente sconosciuti al fuoristradista occidentale, i “Oued” altro non sono che piccole vene sul terreno che un tempo trasportavano l’acqua, come dei piccoli fiumi in superficie, ovviamente questi sono secchi da secoli e hanno esattamente lo stesso colore del terreno della pista che attraversano; per questo sono difficili da individuare ad alta velocità. Inoltre ci vuole una certa esperienza per individuarli dato che spostano l’attenzione sul terreno immediatamente vicino e gustarci le piste africane con la dovuta prudenza, ognuno aveva preparato il proprio fuoristrada secondo le proprie esperienze e con l’obiettivo di migliorarne la motricità sui fuoripista sabbiosi, o almeno quello era l’intento… Paolo era la guida spirituale dei gruppi che erano scesi negli anni precedenti, le sue esperienze erano una sufficiente conoscenza meccanica unita ad un senso dell’ottimismo senza uguali; lui era uno di quelli che se si fosse trovato ad assistere un condannato a morte avrebbe detto “Dai che ce la puoi fare! non mollare”, questa sua forza d’animo lo aveva portato a creare una specie di legione dei dannati fatta di amici e parenti che lo seguivano ovunque ad occhi chiusi, tutto filava liscio fino a quando non si rivoltava la frittata. Una volta lo trovai in pizzo a una duna insormontabile fermo da due giorni con poca acqua e la sua legione in fase di ammutinamento. Qualcuno gli diede una mano ... La pista di sabbia interrompeva la sua direttrice Est-Ovest per un paio di km, circumnavigando per intero il vulcano di Wan-An-Namus. Da tutte le direzioni si diramavano solchi leggeri lasciati dai pneumatici dei fuoristrada che avevano azzardato la salita da punti di partenza diversi, così da marcarne tutta la pendice settentrionale. Le diramazioni con una traccia continua e uniforme erano tutte a conferma di una salita vittoriosa senza problemi, solo di rado si notava qualche traccia che alzava i margini attorno ad essa in modo irregolare; spesso questa era interrotta da profonde buche e alle volte si interrompeva lasciando solo una interminabile serie di impronte umane tutte attorno, la cosa curiosa era che vista da lì sembrava di vedere un film muto senza gli attori, tutte le orme e le tracce erano così chiare e scontate che potevo ricreare la moviola nei modi esatti senza difficoltà. Non tutti però si sarebbero accorti che quelle tracce vergognose sparse qua e là erano tutte dello stesso veicolo. L’ arresto dei motori diesel dei fuoristrada ci lasciò tutti avvolti dal solito silenzio terrificante, interrotto solo da qualche breve soffio di vento. Il sole era ancora visibile ma entro un paio d’ore ci saremo trovati nel buio assoluto. Al contrario di quanto si pensi in quel periodo la temperatura diurna è temperata, l’acqua potabile all’interno delle piccole taniche di plastica è fredda e gradevole, il sole scalda un poco ma non eccessivamente tanto da farmi tenere una felpa sopra la solita maglietta della bancarella. La notte mantiene sempre una certa escursione termica tanto da rendere necessari i sacchi da bivacco in piuma e tende ad igloo, più leggere e veloci da montare di altre, di poco ingombro e qualcuno le monta semplicemente poggiate a terra senza picchetti ma zavorrate con bagaglio e passeggero all’interno, il tutto diventa una specie di camera a gas dove è impossibile uscire sia per la stanchezza serale che per il freddo oltre ovviamente alla preoccupazione di dover rincorrere la tenda trascinata dal vento per tutto il sahara. Il vulcano si presenta dal basso come una montagna enorme, larga e tozza del tutto in contrasto con la superficie pianeggiante che la circonda. La base circolare misura circa due km di diametro e l’altezza qualche centinaia di metri, il tutto si appoggia su una superficie piana di sabbia compatta mista a conchiglie e piccoli frammenti di origine lavica. Dall’ inizio delle pendici la sabbia si colora di un nero antracite che dà un netto risalto al profilo del gigante in contrasto col fondo celeste del cielo. Bisogna salire su per ammirare l’interno del cratere: una piccola oasi composta da qualche palma e vegetazione cresciuta nella presenza di acqua confermata da due laghetti curiosi. Pochi sono a conoscenza che l’origine del nome del vulcano “Wan an amous” dove “Amous” in arabo significa “Moustik” ben diffuso in africa francofona deriva dalla presenza di questi due laghetti: un mix di zanzare e moscerini micidiali. Sulla cresta ai margini del vulcano il vento soffiava costantemente e riusciva a far sbattere l’intera armatura in vetroresina della tenda ad igloo, ovviamente al pomeriggio questo vento non avrebbe spento neanche una candelina di una torta, ma un ora dopo il tramonto quella leggera brezza si era trasformata in una specie di ghibli alla Fantozzi. All’interno della tenda solo uno di noi riusciva a dormire; le vibrazioni della sua laringe si potevano udire persino dalla pista giù a valle. Sotto le pendici attorno il vulcano probabilmente saremo stati meno esposti ma come al solito l’esperienza era di gran lunga inferiore all’ardire. Paolo si era addormentato come un sasso appena si era coricato nel sacco, steso direttamente sul fondo della tenda, Silvano invece preferiva il materassino gonfiabile e dopo aver penato nel gonfiarlo con il fiato dei polmoni si era accorto che perdeva aria da una delle cuciture laterali; solo dopo un paio di imprecazioni si rassegnò a quell’ ingrato giaciglio ma seppi poi che non chiuse occhio per tutta la notte rotolandosi continuamente nel sacco alla ricerca di una posizione migliore, io avevo una semplice stuoia di gomma di quelle usate per fare ginnastica, posta all’interno di una branda da campeggio acquistata per l’occasione; questa aveva un telo tenda impermeabile e zanzariera, questa mi permetteva di evitare perdite di tempo nel montaggio e smontaggio oltre alla comodità di spostarmi a piacimento ma non era quella la motivazione della mia insonnia, non lo era nemmeno il vento che sbatteva continuamente il telo della tenda affianco alla mia branda generando un interminabile quantità di rumori, che lì, a 400 km a sud-est di Sheba, sopra quella montagna nera apparivano come un avvertimento sinistro. Nessuno sarebbe riuscito a prendere sonno in quelle circostanze, o almeno finché Paolo non avesse spento quella specie di compressore che aveva nei polmoni. Aperto il sacco e la tenda mi concedetti una breve meditazione notturna in attesa che il sonno tornasse. La mattina seguente guardai Silvano negli occhi e ci capimmo l’un l’altro, gli occhi gonfi confermavano ad entrambi la notte trascorsa. Eravamo in viaggio ormai da sei giorni: i primi due giorni li avevamo spesi in nave, il terzo nel trasferimento notturno da Tunisi a Zouara attraverso la dogana tunisina e quella libica dove non trovammo la famosa guida obbligatoria ad aspettarci ed ovviamente noi non protestammo affatto, il quarto nell’ultima fettuccia asfaltata attraverso Nalut sino a Derji che facemmo tutta d’un fiato, il quinto sulla prima pista di 450km che unisce Derji a Idri, il sesto sulla difficile fuoripista Idri –Awbari che avevamo affrontato partendo alle 5.30 del mattino per arrivare al tramonto, dopo aver superato le alte dune di sabbia che ne ostacolano l’accesso, alle piane a nord di Awbari. Questo è uno dei fuoripista più belli ed insidiosi della Libia, 100 km di altissime dune e 40 km di piane sabbiose, dove il GPS diventa inutile, bisogna studiare i passaggi difficili a piedi portandosi sulla cresta di ogni duna e osservare i passaggi successivi tenendo bene in mente la direttrice pricipale. Quando si entra in un Erg di dune si sà bene che non esiste una pista, saltuariamente si possono incontrare brevi tracce di fuoristrada generalmente in prossimità delle creste più solide ma queste raramente indicano direzione ai meno esperti, bisogna mantenere una direttrice di marcia e utilizzarla anche in funzione dei varchi naturali generati dai cordoni di dune. La direttrice più semplice si prende ad est di Idri lungo la strada asfaltata Idri/Brak, la più difficile direttamente alle spalle dell’oasi di Idri. Fortunatamente quest’anno tutto filo liscio. Solo la mattina seguente ci dirigemmo nel villaggio che distava solo una decina di km concedendoci una sosta di un paio d’ore alla ricerca del mitico "pan de sable" attraverso il mercato del paese e sorseggiando una mezza dozzina di shai-green quale irrifiutabile segno di ospitalità, non è raro incontrare qualche vecchio arabo che parla perfettamente italiano e sentirlo cantare canzoni di chiara memoria coloniale. Il settimo giorno avevamo intrapreso la strada ben più facile verso Morzuk per poi giungere a l’oasi di Tmassah dove inizia la pista per l’est. Tra le rapide soste ai mercatini del villaggio la sosta primaria fu relegata al benzinaio. Dato che non avevamo avuto molto tempo per preparare questo viaggio e lo stivaggio della scorta di carburante necessaria ci aveva creato non pochi interrogativi, scartata l’idea di un serbatoio supplementare con adeguato sistema di travaso perché avrebbe richiesto troppo tempo, optammo per le taniche, così ci costruimmo degli invasi per contenere le taniche in una o due file da cinque appena dietro ai sedili anteriori in modo di favorire la posizione del baricentro; ogn’uno si organizzò a modo suo. Io mi costruii un solo invaso per 5 taniche utilizzando una piattina di ferro 30x3 e una saldatrice ad elettrodo, fissai tutto nel vano dietro i sedili imbullonando il cestino sui pannelli del cassone, sopra ci sistemai delle cinghie col tensore e ci misi un gancio a “S” per dare un tocco di praticità; bastava infatti allentare di una decina di cm la cinghia e potevo sganciarla per mezzo del gancio evitando di estrarla dal tensore e perdere poi tempo a reinserirlo, fissai poi le rimanenti 3 taniche con le sole cinghie ai lati del . Paolo, come al suo solito, non aveva fatto altro che scaraventare all’interno del suo Toyota varie taniche in plastica e metallo e un buon numero di buste, scatole e cartoni il tutto fissato con elastici corde o più semplicemente incastrato, fedele alla sua filosofia che tanto dopo le prime buche tutto avrebbe trovato la sua esatta collocazione. Le taniche erano state una scelta obbligata, e qui si riempirono tutte fino all’orlo oltre al serbatoio principale. Ci aspettava una pista di 1.300 km fino a Cufra. Non sapevamo quando avremmo ritrovato il gasolio e forse era per questo che la scorta di carburante ci sembrava d’un tratto così misera. L’ottavo giorno, il primo della lunga pista dell’est, fu’ molto emozionante; sulle basse dune appena fuori l’oasi avevamo cominciato a rincorrerci come dei pazzi, il fondo sabbioso era compatto e le dune regolari erano abbastanza lunghe e alte appena da salirci con la marcia più veloce cosi da riscenderle tutte d’un fiato. Il sole era già alto sull’orizzonte, ma durante la fase di ascensione della duna si guadagnava tutto il parabrezza attraversandolo coi suoi raggi e riempiendo l’intero abitacolo, solo nella discesa gli occhi riacquistavano un po’ di visione scorgendo all’orizzonte l’interminabile sequenza di gobbe sabbiose. Il Toyota saliva sfruttando le false pendenze e i percorsi parabolici che gli imprimevano un alta energia cinetica che scaricava poi sulla discesa raggiungendo velocità incredibili per un veicolo a passo corto e con balestre come quello ; non si capì mai perché lasciasse oltre alle profonde tracce quella poco elegante scia di fumo nero dietro di se. La Land al contrario tentava di accorciare le distanze mantenendo una rotta lineare e costante, lasciando dietro di se una soffice traccia appena impressa nella sabbia. Il Nissan non aveva rivali su questo terreno ; grazie al passo lungo e l’assetto rigido delle balestre rinforzate stava sulla sabbia come su un autostrada. Fu solo dopo il mezzodì e un interminabile pista spacca gomme che arrivammo alla base militare di “Wàn el Kebìr” dove sostammo solo il tempo necessario per scambiare due parole coi militari. Ripartimmo di corsa come eravamo venuti e al tramonto dopo una pista scorrevole, ad eccezione di alcuni tratti di sabbia insidiosa, scorgemmo all’orizzonte a sud della pista l’enorme sagoma nera del vulcano Waw Namus. Alla luce della luna i veicoli fermi sul ciglio del cratere sembravano tre creature divine, erano come tre dinosauri al riposo pronti ad affrontare la prossima fatica con il massimo vigore; il Patrol era il veicolo che più si distaccava per la sua mole oltre che per le prerogative tecniche rispetto agli altri due veicoli, benché tutti e tre i mezzi fossero diesel, era l’unico che montava il turbo compressore sul generoso 6 cilindri di 3.3 litri che erogava dopo le modifiche apportategli da Silvano circa 130 cv., il Toyota BJ42 montava il 4 cilindri aspirato da 3 litri e mezzo che erogava 90 cv. appena sufficienti per quel veicolo, che si distingueva più per il suo assetto quanto meno bizzarro (tipo papera) che per l’inusuale scelta di gomme effettuata dal suo proprietario come testimoniano tristemente le tracce lasciate sulle pendici del vulcano. Fanalino di coda era la vetusta Land 88 telonata col suo 4 cilindri aspirato da 2 litri e un quarto da 60 cv. , miseri anche per un veicolo alleggerito a 1450 kg., eppure la Land, sebbene fosse l’unica senza l’ autobloccaggio al ponte posteriore, si arrampicava sulle pendenze sabbiose come una gazzella in terza ridotta ad una lentezza tale da far rabbrividire i moderni fuoristrada che a tale velocità ne sarebbero sprofondati fino ai ponti, le tracce delle 7.50 XS erano così lievi da far pensare che i pneumatici e l’intero bagaglio fosse riempito di elio. Ma anche la Regina del deserto denunciava i suoi limiti; il suo sterzo impreciso, il passo estremamente corto ed il motore insufficiente a tenere le medie delle giapponesi la relegavano a fanalino di coda durante i lunghi trasferimenti su pista battuta, dove le due più potenti fuoristrada vantavano punte di 100/120 km l’ora che sommate alle soste di Silvano per fare fotografie e aiutare Paolo a disinsabbiarsi davano una media di 60/70 km/h, ciò dava modo alla Land di riunirsi al gruppo il più delle volte senza bisogno dei rendez-vous obbligatori che i tre si erano imposti ogni 30 Km c.a. Alle volte i veicoli raggiungevano una distanza tra di loro di decine di chilometri per poi ridurla a pochi metri e cosi via, come da simulare il movimento che fa un grosso lombrico. Sebbene questo tipo di marcia non era nelle nostre previsioni ci dava il modo di mantenere una velocità media elevata e qualsiasi problema avrebbe previsto al massimo un dietro front del Patrol che avrebbe impegnato nella peggiore delle ipotesi 30 minuti a raggiungere l’ultimo rendez-vous. In tarda mattinata lasciammo a malincuore il vulcano Waw Namus certi che non avremmo dimenticato lo stupore provato alla vista di quell’incredibile spettacolo della natura, un perfetto tronco di cono fatto di sabbia e cenere nera di c.a 1000 m di diametro con al suo interno, c.a 300 m più in basso la bocca eruttiva di basalto monolitico circondata da una corona di piccoli laghi turchesi delimitati da palme incenerite dalle ultime eruzioni. Unici abitanti del luogo sembrerebbero i diversi volatili ed altri animali di cui abbiamo solo sentito il verso. Sovente Silvano spariva all’orizzonte cercando i punti migliori per immortalare con le sue due Nikon FM i momenti più salienti del raid. Gli spettacoli che ci trovavamo davanti agli occhi ci lasciavano senza respiro; se in Africa la natura raggiunge il massimo delle sue potenzialità con il vento, le piogge, il sole e le immense vastità dei terreni che sommergono persino le opere umane come i villaggi e le città, nel Sahara tutto questo è amplificato al massimo; l’uomo è un intruso in un regno ove anche il minimo errore può essere fatale. Ce se ne rende conto subito, l’atmosfera magica che ti avvolge ti riempie di adrenalina e di energia, i 5 sensi sono tesi al massimo e l’attenzione raggiunge limiti impensabili, l’aria è finissima e sembra di stare in alta montagna se non fosse per quel panorama irreale che ti obbliga a non sottovalutarlo neppure un istante; la pista, infatti, spesso scompare lasciandoti col fiato sospeso fino a quando non vedi le esili tracce che ti ridonano il respiro, alle volte questo non accade e se ti coglie la notte che scende all’improvviso a quelle latitudini ti prende una strana angoscia. Ma al mattino, non appena vedi all’orizzonte la sabbia alzata dal camion di turno che fila a tutta velocità verso il prossimo villaggio, quell’angoscia scompare lasciandoti il profondo gusto dell’avventura vissuta dal vivo: questa è l’Africa! E se ti prende ti entra nel sangue come una droga lasciandoti la dipendenza per tutta la vita. Alcuni lo chiamano "mal d’Africa"! Ci vollero tre giorni e 600 Km di pista per arrivare direttamente all’oasi di Bzima alla sera dell’undicesimo giorno. Bzima è una bellissima oasi con tanto di lago contornato dalle palme, il villaggio è ormai abbandonato, alle spalle di questo si distingue l’alta cresta rocciosa ricca di graffiti rupestri. Peccato che al calar del sole ti aggrediscano le voracissime zanzare tanto da non lasciarti altra scelta che ripartire in gran fretta per fare il campo a debita distanza, magari sulle dune dell’erg di Rebbiana. L’indomani arrivammo a Cufra, limite estremo del nostro itinerario nella Libia dell’est, attraverso un impercettibile pista di c.a 150 km cancellata dal vento, pista in gran parte sabbiosa con piccole dune insidiose nella parte iniziale e un fondo di terra compatta e rossa nel tratto finale, la pista si conclude sul tratto di strada asfaltata che conduce, per i pochi km che rimangono, a Cufra. Cufra e un grosso centro di smercio con i paesi a sud del confine, lo sport del paese sembra essere quello degli " scafisti del deserto ", i Toyota che si scorgono nel grande villaggio confermano pienamente queste voci, questi Toyota 24 valvole a benzina sono autentici mostri del deserto, muniti di balestre ultra rigide e carrozzeria pick-up con serbatoi supplementari da 400 litri, traghettano immigrati dal vicino SUDAN e CIAD attraverso le pericolose piste minate del profondo sud libico, alcuni di questi mezzi erano dotati di alcune modifiche interessanti come l’utilizzo del compressore dell’aria condizionata collegato ad una bombola che si riempiva così di aria compressa per gonfiare le quattro mostruose 9.00x16 montate sui cerchi scomponibili in acciaio. Inutile ricordare che l’unica presenza straniera nel villaggio era la nostra, tuttavia non ci sono state le benché minime preoccupazioni per noi vista la correttezza dei libici; unico neo è la sosta obbligatoria nella stazione di polizia locale che può richiedere diverse ore. È bene comunque non avventurarsi nei dintorni di Cufra senza una guida, specialmente verso il confine e di notte, per avere un aiuto potete provare a rivolgervi all’officina che si trova di fronte l’unico l’istituto scolastico presente nel paese e chiedere di Omar, persona molto disponibile, non mancherà di invitarvi nella sua bella casa arredata con mobili italiani e di mostravi orgoglioso il suo falco da caccia e alcune delle strane pietre verdastre che dice essere cadute dal cielo, poi se siete fortunati vi accompagnerà a visitare un importante progetto agricolo governativo in pieno deserto con tanto di animali e verdeggianti distese di mais e grano . Per il pernottamento potete usufruire di due alberghi: il primo è all’ingresso della città, mai terminato, vi offriranno i prefabbricati abbandonati dall’impresa costruttrice, il secondo nella parte sud del paese, più moderno e confortevole, entrambi nella scala dei valori africani sono comunque accettabili. Per il ritorno il percorso di c.a 800 km di buon asfalto ci porta a costeggiare i cantieri di quella ciclopica opera che è denominata il grande fiume, un acquedotto per portare l’acqua fossile di Coufra fino alla costa del mediterraneo, costituito da tubazioni tanto enormi da far pensare a qualche "avventato giornalista europeo" che la Libia stesse costruendo una strada sotterranea per lo spostamento delle truppe da nord a sud ! Prima di arrivare sulla costa decidemmo di onorare la parola data a mio nonno, vecchio reduce dell’ultima grande guerra, raggiungere Jarabub vicino al confine egiziano. Città di notevole importanza durante la seconda guerra mondiale oggi è in completo abbandono e vive una realtà che non le si addice; nel centro del villaggio che non supera nel suo massimo diametro il chilometro si nota la parte vecchia della città: qui c’è ancora l’antico minareto, l’ospedale italiano e il granaio con i mulini a vento, ai margini del villaggio si notano i tentativi di modernizzazione intrapresi negli anni settanta; alcune strutture in cemento armato e un paio di ruspe divenute relitti dopo l’abbandono dei lavori da parte dell’impresa italiana che avrebbe dovuto costruirvi un gigantesco supermercato, probabilmente inutile per le circa 400 persone che abitano il paese. Ai margini del villaggio oltre ad una quantità di mine inesplose e cassette di munizioni abbandonate c’è ancora la pista di atterraggio che usavano le nostre truppe per collegare Jarabub alle retrovie del fronte del Gen. Graziani. Non c’è traccia del cimitero italiano che evidentemente non fu necessario vista l’oculata ritirata delle truppe italiane prima dell’irruzione di Rommel. Per chi la ricorda, forse saranno in pochi, la canzone della sagra di Jarabub si intonava con "…colonnello non voglio il pane, dammi il piombo del mio moschetto…qui nessuno ritorna indietro, non si cede neppure un metro se la morte non passerà…" ma forse le cose non andarono proprio così. Ci accompagna per tutta la via del ritorno il reticolato del filo spinato steso dalle truppe italiane attraverso il deserto per quasi 300 km sino a Tobruk. Era il quattordicesimo giorno di viaggio e come previsto avevamo di fronte a noi un mare di Km da coprire in due giorni; la prima tappa fu Leptis Magna dove Silvano, mentre noi dormivamo come sassi in albergo, trovò la forza e la pazienza di fotografarla, Il mattino seguente ci accolsero gli ultimi 700 Km fino a Tunisi giusto in tempo per svolgere le ultime formalità doganali prima di imbarcarci per il ritorno. Sul ponte della nave eravamo tutti d’accordo, mai più avremmo fatto un viaggio con questi ritmi e mentre Silvano fotografava l’ultimo tramonto in terra d’africa io e Paolo già ci trascinavamo nelle più dure conversazioni……era meglio entrare in CIAD da Coufra o da Tumu …….!!!!!!!!!!!!!!!!!! Ultimamente i sistemi satellitari (GPS) hanno elevato il margine di sicurezza riducendo i rischi sbagliare la rotta, l’alternativa di una guida locale è ormai obbligatoria ed è difficile trovare un escamotage per evitarla ma talvolta qualcuno ci riesce. In ogni caso bisogna tener presente che le guide al contrario di quanto si crede, non conoscono il deserto come le loro tasche ma seguono indizi e direttrici segnate dai predecessori, dai cammellieri e dai flussi migratori che seguono una direttrice più o meno fissa; la maggior parte di queste guide se vengono portate in fuoripista in zone a loro sconosciute si perdono come bambini. Se veramente decidete di affrontare una traversata in fuoripista dovete far conto solo sulle vostre effettive capacità. In Shallah, Roberto del Rosso
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Messaggioil 08/12/2005, 20:37

E stà chicca dimenticata? Roba da intenditori! AndreaC 88" Diesel SIII 1983
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Messaggioil 09/12/2005, 12:21

grazie per averla riesumata ... veramente una bella lettura . Ale
Ale. "Non è necessario dire tutto quello che si pensa, ma è necessario pensare tutto ciò che si dice."
ale77
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Messaggioil 19/12/2005, 20:08

...sicuramente poesia...duilio Def 90 Td5 "MASTODONDICK" Mamma LAND fa le pentole, ma non i coperchi!
duilio
 
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Messaggioil 08/12/2006, 16:32

15 minuti di emozioni e come sempre le migliori sono gratuite! Grazie a Roberto.
tobyamos
 
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Messaggioil 12/12/2006, 14:54

bel racconto roberto, fa sempre piacere leggerli ed immaginare di essere li :-) un po' cosi... ---------------------------- La Panda 4x4 e' un piccolo Defender... ma il Defender e' una grande Panda
Panda4x4
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Messaggioil 14/12/2006, 21:28

wow ragazzi!!!che bello Roberto. se penso poi che tra 10 giorni ci andiamo insieme,mi sento un bimbo di 10 anni all'apertura dei regali natalizi!! -Raffo- www.raffo703.com
a presto, in qualche posto sperduto!

Raffo
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Messaggioil 15/12/2006, 4:30

Ciao Roberto. Mi hai fatto tornare indietro con gli anni. Pensa che una volta, in Algeria, non abbiamo "centrato" l'oasi, ce ne siamo accorti dopo mezza giornata. Ora non è più come all'ora però la tecnoligia ci aiuta ad aprezzare altre cose, oltre allo sbattimento serale per ripristinare il tutto. Grazie per la bella lettura. PS A fine febbraio sarò da quelle parti
ascoltare il silenzio
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