il 27/05/2020, 19:28
Questo è l'inizio del libro...affascinante!
Ho cominciato subito, da ragazzo. O forse da bambino. Non lo so. Sogni e libri d’avventure, poi ancora sogni. Poi la prima bicicletta vera, non un triciclo. Andavo lontano, almeno allora mi sembrava di andare lontano. Guardando retrospettivamente tutta la faccenda, credo che l’inizio stia proprio lì, nella bicicletta. Andavo su e giù per il Trentino, per la Val d’Aosta, a Roma. Mezza Italia in bicicletta, chilometro dopo chilometro.
La prima moto fu una Lambretta. Correvo come un matto su per mulattiere di montagna, a bivaccare in tenda in mezzo alla neve, poi giù al mare, fino in Calabria, a prendere il sole.
A diciott’anni scopersi la montagna. Fu il primo grande, inesauribile amore. Credo che questa passione sia comune a un gran numero di viaggiatori. Le emozioni più forti della mia vita le ho provate quando facevo roccia: il freddo e la fatica, il pericolo oggettivo, la liscia parete verticale dove non puoi contare che sulle tue forze, tutto questo mi ha lasciato tracce indelebili. Mi ha lasciato, anche, l’abitudine alla solitudine, alla natura vergine, aspra, dura, dove l’uomo evita di andare.
I primi viaggi all’estero li feci in autostop,in giro per i Paesi vicini. Poi con un paio di amici comprai una vecchia, scassata Fiat 1100 che, poverina, riuscì a portarci anche a Capo Nord. Sempre in stretta economia riuscii un giorno a mettere piede in Africa: si avverava il sogno del ragazzo che divorava i racconti dei grandi esploratori. Dopo un giro in Marocco, Tunisia e Algeria entrai finalmente nel Sahara.
Nasceva così il mio secondo amore: il deserto. Il grande vuoto accecante dove le dune coi loro favolosi ghirigori si perdono oltre l’orizzonte, sotto un sole senza scampo, spietato, quella natura dura, esigente, dove tutto è rigorosamente immobile ed essenziale, mi faceva sentire «a casa», perfettamente a mio agio, come se ci fossi nato e sempre vissuto.
Un giorno, qualche anno dopo, nel deserto della Nubia, a sud di Assuan, sulla pista per Abu Simbel, incrociai un enorme autocarro dell’esercito egiziano. Il soldato che stava al volante guardò ridendo la mia piccola jeep verniciata di bianco e disse «aziza», che in arabo significa carina, è un aggettivo dato a donne giovani, belle e desiderabili. Così nacque la serie delle Azize.
La prima Aziza era una Land Rover 88 con la quale feci, in compagnia di un amico d’infanzia, Giuseppe Pons, il mio primo lungo raid. L’itinerario che volevamo compiere era ambizioso: Milano - Singapore. L’inesperienza ci fece commettere parecchi errori. Il più grave fu che scegliemmo una meta irraggiungibile. Per arrivare a Singapore volevamo percorrere una strada fra l’Assam e la Birmania. Una strada famosa, costruita durante la guerra e chiamata Stilwell Road, che andava diritta verso sud, oltre Myitkyina fino a Bangkok. Sulle carte era segnata e, pensavamo noi, doveva esistere anche sul terreno. Ma quella strada non riuscimmo mai a imboccarla. Per due ragioni. Primo, perché quando arrivammo a Calcutta l'Ambasciata birmana ci rifiutò il visto. d’entrata per i territori del nord, nonostante avessimo il nostro bel visto ottenuto a Roma. Secondo, perché la strada esisteva ormai solo sulla carta: la foresta se l’era ingoiata, e non ci si poteva più passare. Ripiegammo perciò su Ceylon.
Fu un viaggio di quattro mesi e mezzo, 138 giorni, 31.000 chilometri, media giornaliera generale 224 chilometri, media giornaliera effettiva 410 chilometri, attraverso Iugoslavia, Bulgaria, Turchia, Siria, Libano, Giordania, Iraq, Iran, Pakistan, Afghanistan, di nuovo Pakistan, India, Nepal, di nuovo India, Ceylon. Fu un viaggio abbastanza semplice, senza storie particolari. Il tempo non ci mancava e ce la prendemmo comoda. Andavamo a visitare una infinità di posti fuori mano, ci infilavamo su sperdute piste dell’altipiano iranico, veramente difficili e un paio di volte pericolose, tanto che finimmo perfino per sprofondare nel bel mezzo di un lago di sale. Il tratto più duro fu una traversata tra Shira e Kerman, 900 chilometri di pista pressoché inesistente sulle montagne dell’Iran. Ce la facemmo a uscire dall’altra parte del gran vuoto con solo 10 litri di benzina nell’ultimo serbatoio. Poi ci fu una bella corsa di 2.000 chilometri attraverso il deserto di Lut, ma questa volta i punti di rifornimento erano più vicini. Ci sorprese però una tempesta di sabbia. Non si vedeva più niente e quando finalmente il vento smise di soffiare dovemmo liberare l’Aziza che quasi era rimasta coperta.
Pare che da queste parti, a sud-ovest dell'Afghanistan, il vento a volte soffi così forte che, misto a sabbia, riesce a smerigliare i vetri delle auto. Poi entrammo in Pakistan e, dopo alcuni giorni, in Afghanistan. Adesso l'Afghanistan è attraversato da nuovissime strade asfaltate, ma nel 1962, al tempo del nostro viaggio, gli autoveicoli in circolazione in tutto il Paese erano soltanto 2.000. A Kabul arrivavano ancora le lunghe carovane di cammelli, era un mondo strano e remoto. Facemmo un bel giro in Afghanistan, attraverso gli alti passi già spruzzati dalle prime nevi, fermandoci negli accampamenti dei mongoli scesi giù dal Tibet. Di nuovo attraversammo il Pakistan ed entrammo in India, poi, con una lunga deviazione, salimmo nel Kashmir, oltre Srinagar, verso le lucenti cime dell'Himalaya.
In India restammo più di un mese, visitandola quasi tutta, con ampi giri da nord a sud. Da Delhi scendemmo a Bombay, poi risalimmo a nord ed entrammo nel Nepal, fino a Katmandu; ci spostammo a est per raggiungere Calcutta, nel cuore dell'India, tra questo popolo incredibile, povero e rassegnato, dolce e straccione, immersi, sommersi da questa umanità in continuo movimento, questa umanità così viva, sempre presente e sempre misteriosa, straniera. Passando tra templi e fortezze, tra lebbrosi e sciancati, tra potenti e santoni, scendemmo verso il caldo sud, verso l’equatore, verso le bianche spiagge di Ceylon.
AI ritorno le mie foto piacquero a un editore che mi finanziò un viaggio nell’Unione Sovietica per eseguire un lungo servizio fotografico. Ci rimasi tre mesi, spostandomi con i normali mezzi di trasporto, aerei, treni, auto, perché non ebbi il permesso di entrarci con l’Aziza. Arrivai ai confini con la Cina, con l'Afghanistan, e anche questo fu un bel giro.
- chi non fa niente non sbaglia mai -