L’anno scorso, di questi tempi, sono andato nella terra dei Pomory. I Pomory sono una popolazione di etnia russa che si è stanziata sin dal XII secolo lungo le rive del Mar Bianco. Pescatori, ma soprattutto abili navigatori, hanno contribuito in modo sostanziale all’esplorazione dell’Artico.
La loro penetrazione verso Nord è cominciata seguendo il corso del fiume Mezen, che sfocia sul Mar Bianco dopo un percorso tortuoso di 966 km.
Il fiume Mezen in inverno
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Ai giorni nostri si può arrivare al Mar Bianco seguendo una direttrice relativamente facile, che da Mosca va ad Arkhangelsk. Ma a noi interessava proprio seguire il fiume Mezen, che d’estate è servito da chiatte e traghetti, mentre d’inverno va attraversato sul ghiaccio. Per questo abbiamo studiato un percorso ad anello di 4.500 km (su suolo russo, più i 3.000 km per arrivarci).
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I Defender protagonisti del viaggio
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Io ho viaggiato col mio vecchio Defender 110, da molti anni allestito per climi rigidi, nel quale io e mia moglie possiamo mangiare, dormire e lavarci senza neanche aprire il portellone. I miei compagni di viaggio, con due Puma ben accessoriati, forti delle precedenti esperienze artiche, quest’anno si sono preparati alla grande: coibentazione totale degli interni e riscaldatori a gasolio con prolunghe che arrivavano alle tende sul tetto. A maggiore conforto, per mangiare tutti assieme la sera, ci siamo dotati di una tenda-mensa a veloce montaggio, anch’essa riscaldata dalle prolunghe dei webasto.
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Il viaggio
Partiti da Milano, siamo arrivati a Travemunde e ci siamo imbarcati sul traghetto per Helsinki. Da lì in poco meno di 200 km abbiamo raggiunto San Pietroburgo. Non sto a descrivere l’affascinante città di Pietro il Grande, che è una nota meta turistica. Mi limito a suggerire una visita interessante: quella al glorioso rompighiaccio Krassin. Tra le sue molte missioni, la più nota rimane il salvataggio dei superstiti della spedizione Nobile col dirigibile Italia, che nel rientro dal sorvolo del Polo Nord precipitò al largo delle isole Svalbard.
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Ad accompagnarci nella visita c’è un simpatico capitano di marina, ora in pensione. Ci dettaglia tutte le imprese del rompighiaccio, intrattenendoci ben oltre l’orario museale, con evidente insofferenza del personale
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L’equipaggio pronto a partire verso il Grande Nord
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Nel nostro avvicinamento al fiume Mezen abbiamo incontrato un paio di mete interessanti, come la città di Vologda, conosciuta per i merletti e per il burro, una squisitezza che abbiamo apprezzato molto. La città presenta un antico centro storico e qualche curiosità, come questo monumento, che commemora i 100 anni di illuminazione elettrica.
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Un’altra cittadina interessante è Velikij Ustijug, non tanto per le numerose chiese e monasteri, quanto per il villaggio di Babbo Gelo, creato a pochi km dal centro, nel mezzo di una fitta foresta. Insomma, una specie di Rovaniemi russa.
Ecco Babbo Gelo in persona
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Fino a qui abbiamo trovato le strade ricoperte da uno strato di neve e fango, segno di un disgelo anticipato assai preoccupante. Per questo abbiamo deciso di imboccare piste secondarie, sperando di trovare neve compatta. E ne abbiamo trovata, anche troppa. Le piste vengono aperte secondo la necessità dei boscaioli, che in questo caso non coincidevano con la nostra direzione di marcia. Avremmo dovuto percorrere una settantina di km su terreno vergine, ma non conoscendone le insidie, dopo qualche tentativo abbiamo rinunciato, tornando su strade più battute.
Le nostre tracce sulla pista vergine
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La profondità dei solchi tracciati dal Puma di Mauro
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E’ ora di mettere i chiodi
Ci siamo alzati di latitudine, la neve sulle piste si è fatta compatta, ed è tempo di mettere i chiodi della Best Grip. Lavoro piuttosto lungo e faticoso, che però ci regala una grande sicurezza di guida
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Finalmente arriviamo al primo villaggio, affacciato sulle sponde del fiume Mezen, che appare completamente ghiacciato e coperto da una coltre di neve. Era ciò che speravamo.
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Giovanni.......continua
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