il 03/09/2006, 12:58
non saprei, carlo... e' certo che non d'evessere facile prendere decisioni per altre persone (i figli) e che quindi si cerchi sempre di circondarli con un abbiente che sia il piu' tranquillo e rilassante possibile...ma non e' detto che questa sia la scelta giusta, e' cio' che prima dei miei genitori hanno fatto i loro e via dicendo: e' una questione di abitudine...se fossimo nati circensi e girovaghi, spostarci da un paese all'altro non ci avrebbe pesato!
questo per dire che la sedentarieta', in qualche maniera, non nuoce all'animo umano.
e' solo l'abitudine che ci tiene fermi...ed e' il pensare che un domani si dovra' tornare, ritrovando tutto cambiato, che inibisce la partenza.
poi penso sia facile, inoltre, privare un figlio, oltre che delle sicurezze 'sociali', anche di quelle economiche e sanitarie: farsi venire gli orecchioni a milano e' un conto, ad agadem, un'altro!
od anche, scegliere di privare un figlio di tutte quelle suppellettili del consumismo a cui, per noi, rinunceremmo volentieri...senza arrivare a mangiare the e datteri tutti i giorni come monod, ma penso che anche la sola attenzione alle condizioni igeniche per un bambino, riduca notevolmente il menu'!
penso siano piu' o meno questi fattori che, sommati assieme, rappresentano la 'condizione mentale'...
se penso a quando ero piu' piccolo, oltre il fatto che non ho ricordi diretti di esperienze vissute prima dei dodici-tredici anni e che queste sono tutte, in qualche maniera, esperienze 'comuni' (le ricordo cioe' perche' o io ed i miei amici ce le siamo riraccontate fino ad impararle a memoria, oppure perche' i miei genitori contiunano a raccontarlo ai parenti tutt'ora...), credo anche che non abbia mai sentito l'esigenza di avere un luogo che potesse risultarmi familiare e ben noto.
penso che questa necessita' si sia sviluppata con l'inizio della puberta e l'adolescenza poi: nel periodo, cioe', in cui di solito si sviluppa il bisogno di sentire di essere accettato da una comunita', dagli ''altri''...
non voglio discutere se questo sentimento sia frutto anch'esso di un'abitudine e se fosse, per cosi' dire, 'indolore' per un bambino il non viverlo. bisognerebbe sentire chi ha vissuto cosi' e capire come ha vissuto in perenne viaggio...non credo sia per niente facile, comunque.
certo e' che io ,ora, ringrazierei i miei genitori se mi avessero fatto crescere in kenia sulle terrazze di un ranch che degradano sulla rift valley...non so' se li ringrazierei avessi trascorso la mia puberta' seduto sui sedili posteriori di un 110 in perenne movimento...
tutto questo per dire che, secondo me, ESISTE un'eta' a cui un bambino ha il diritto di fermarsi. ma prima non ne sente il bisogno.
questo cercando di stare nella 'normalita''...personalmente, sono convinto che anche queste necessita' siano abitudini e che non crescerebbe un uomo 'peggiore' se sempre in viaggio, ma semplicemente 'diverso'... e' un'esperienza e come tutte...modifica e plasma l'animo.
sicuramente, si sarebbe un po' 'socilamente disadattati'...ma questo e' un nostro, abitudinario, metro di valutazione!
duilio